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4 giu 2016

L'uccello d'oro (fiaba norvegese)

L'uccello d'oro (fiaba norvegese)
C'era una volta un re che aveva un gran giardino. Nel giardino c'era un melo, e sul melo maturava ogni anno una mela d'oro, ma quando arrivava il tempo di coglierla non c'era più: nessuno sapeva chi l'avesse presa o dove fosse andata a finire: il fatto è che spariva. 

Quel re aveva tre figli. Un giorno disse loro che quello che avesse potuto ritrovare la mela o pescare il ladro avrebbe ereditato il regno dopo di lui, sia che fosse il maggiore, il minore o quello di mezzo. Per primo andò il maggiore e si sedette sotto l'albero per sorprendere il ladro. 

A notte avanzata arrivò a volo un uccello d'oro, illuminando da lontano tutta la strada: quando vide l'uccello e tutta quella luce, il principe ebbe tanta paura che non ebbe il coraggio di restar li, ma corse via più presto che poté. La mattina dopo la mela era scomparsa. Ma intanto al principe era tornato il coraggio; prese un po' di provviste e volle mettersi in cammino per vedere di trovare l'uccello. Il re lo equipaggiò per bene e non lesinò né in vestiti né in denaro. 


Dopo aver camminato un bel po', il principe senti fame, aperse il suo sacco e si sedette sull'orlo della strada per far colazione. Una volpe allora sbucò fuori da un boschetto di abeti e si accucciò li con tanto d'occhi spalancati. - Dammi un po' da mangiare, amico mio! - disse la volpe. - Ti darò un corno! - rispose il principe. - Del mangiare posso averne bisogno io: nessuno sa quanto dovrò ancora girare in lungo e in largo! - aggiunse. - Ho capito! - disse la volpe e tornò nel bosco. 

Dopo aver mangiato ed essersi riposato, il principe si rimise in viaggio. Cammina cammina giunse a una gran città, e nella città c'era una osteria dove regnava sempre l'allegria, e non si conosceva il dolore; lui pensò che sarebbe stata una gran bella cosa entrarci, e così ci rimase. Fra tante danze, bevute, divertimenti e magnificenze si dimenticò completamente l'uccello con tutte le sue penne, il padre, il viaggio e l'intero regno. 

Via era andato, e via rimase. L'anno dopo il secondogenito avrebbe dovuto far la posta nel giardino al ladro di mele. Appena la mela cominciò a maturare si sedette dunque anche lui sotto l'albero. Ma ecco che una notte arrivò l'uccello d'oro, splendente come un sole; il ragazzo ebbe allora tanta paura che mise le gambe in spalla e ritornò in casa più presto che poté. 

La mattina dopo la mela non c'era più, ma intanto al principe era ritornato il coraggio, e volle andar lontano dalla reggia, alla ricerca dell'uccello. Prese con sé delle provviste, e il re lo equipaggiò per bene, non lesinò né in vestiti né in denaro. Ma successe anche a lui come al fratello: dopo aver camminato un bel po' gli venne fame, e così prese il suo sacco e si sedette sull'orlo della strada per far colazione. 

Allora una volpe sbucò fuori da un boschetto d'abeti e si accucciò con tanto d'occhi spalancati. - Dammi un po' da mangiare, amico, - disse la volpe. - Ti darò un corno, - disse il principe. - Del mangiare posso averne bisogno io, nessuno sa quanto dovrò ancora girare in lungo e in largo! - continuò. - Ho capito! - disse la volpe, tornando nel bosco. 

Dopo aver mangiato ed essersi un po' riposato il principe si rimise in viaggio. Cammina cammina, arrivò alla stessa città e alla stessa osteria dove regnava sempre l'allegria e non si conosceva il dolore, e pensò che lì si sarebbe stati bene: la prima persona che incontrò fu il fratello, e così rimase lì anche lui. Il fratello si era dato alla pazza gioia e al bere, e quasi non aveva più indosso un vestito, ma ora fra tutte quelle danze, quelle bevute, quell'allegria e quella magnificenza anche il secondo dimenticò l'uccello con le sue penne, il padre, il viaggio e tutto il regno. 

Via era andato e via rimase, anche lui. Quando la mela fu di nuovo quasi matura, il principe più giovane andò lui in giardino a spiare il ladro di mele. Prese con sé un compagno che lo doveva aiutare ad arrampicarsi sull'albero, un orcio di birra e un giuoco di carte per passare il tempo e non addormentarsi. All'improvviso apparve una specie di sole splendente, e così poterono vedere ogni penna dell'uccello, quand'ancora era lontanissimo. 

Il principe si arrampicò sull'albero, e quando l'uccello si abbassò per prendere la mela lui cercò di acciuffarlo, ma gli riuscì di afferrare solo una penna della coda. Allora andò nella camera dove dormiva il re: al suo entrare con la penna tutto fu chiaro come di giorno. Il ragazzo volle andare anche lui in cerca di fortuna, per vedere di rintracciare i suoi fratelli e impadronirsi dell'uccello; gli era stato così vicino, disse, che lui gli aveva lasciato un segno, gli aveva strappato una piuma dalla coda. 

Il re andò in giro per un pezzo meditando se doveva lasciarlo partire o no: era probabile che non avesse più fortuna lui, che era il più giovane, di quanta non ne avessero avuta i due maggiori, certo più pratici delle cose del mondo, e perciò temeva di dover perdere anche quell'ultimo figliolo. Ma il principe pregò tanto che alla fine il re acconsentì. Prese allora delle provviste, e il re lo fornì sia di vestiti che di denari, e poi lo lasciò andare.. 

 Dopo aver viaggiato per un bel po' gli venne fame, e perciò tirò fuori il suo sacco e si sedette per far colazione; sul più bello una volpe sbucò fuori da un boschetto e gli si accucciò vicino con tanto d'occhi spalancati. - Amico mio, dammi un po' da mangiare! - Potrei aver io stesso bisogno del mangiare, - disse il principe, - perché non so quanto dovrò andare in giro, - continuò, - ma ne avrò sempre abbastanza da potertene dare un pochettino. 

Quando la volpe ebbe avuto un boccone di carne da mettersi sotto i denti domandò al principe dove andava, e lui glielo disse. - Se vuoi fare quello che dico, io ti aiuterò, cosi avrai la fortuna con te, - disse la volpe. Il principe lo promise, e così si misero d'accordo. Camminarono un po' sino a che giunsero alla stessa città e alla stessa osteria dove regnava sempre allegria, e non si conosceva il dolore. - È meglio che io giri alla larga, quei cani son tanto noiosi - disse la volpe, e gli spiegò dove si erano fermati i suoi fratelli, e cosa facevano. - Se ora vai là dentro, non continuerai il viaggio neanche tu, - gli disse. 

 Il principe assicurò che non ci sarebbe entrato, e le diede la mano in segno di promessa, e poi andarono ognuno per la propria strada. Quando però il principe giunse all'osteria e sentì l'allegro chiasso che c'era non poté fare a meno di entrare, e quando poi incontrò i suoi fratelli ci fu una tale confusione che dimenticò la volpe, il viaggio, l'uccello e suo padre» Ma dopo un po' che era li, arrivò la volpe, si era fatta coraggio ed era entrata lo stesso in città, guardò dalla porta e strizzò l'oc­chio al principe dicendo che era l'ora di andarsene. 

Il giovane cosi tornò in sé e i due partirono. Dopo aver camminato per un po' di tempo videro in lontananza una grande montagna. Allora la volpe disse: - Trecento miglia dietro quella montagna c'è un tiglio ricoperto d'oro con foglie d'oro, e sul tiglio c'è l'uccello al quale hai tolto la piuma. Si avviarono dunque insieme. Al momento di prender l’uccello, la volpe diede al principe qualche piuma d'oro da agitare per attirarlo e farlo scendere, cosi l'uccello scese a volo e gli si posò sulla mano. 

La volpe disse però che non doveva toccare il tiglio; il padrone era un grosso troll, e se solo avesse smosso il minimo rametto quello sarebbe uscito e lo avrebbe ucciso all'istante. No, il principe non lo avrebbe toccato - promise - ma quando poi ebbe l'uccello in mano, gli sembrò di dover prendere anche un ramo dell'albero, non poteva resistere, era tanto lucido e tanto rilucente. 

Ne prese allora uno piccolo piccolo, e subito venne fuori il troll. - Chi è che ruba il mio tiglio e il mio uccello? - gridò il troll; era cosi fuor di sé che sprizzava scintille di fuoco. - Il ladro crede che tutti rubino, - rispose il figlio del re, - ma vien impiccato solo chi ruba male -.

Il troll disse che era lo stesso, e stava per ucciderlo. Ma il principe lo pregò di risparmiargli la vita. - Si, - rispose il troll, - avrai salva la vita se sarai capace di riportarmi il cavallo che mi ha rubato il mio vicino, - assicurò. - E dove posso trovarlo? - chiese il figlio del re. - Oh, abita trecento miglia dopo la grande montagna che si alza azzurra all'orizzonte, - rispose il troll. 

Il principe promise che avrebbe fatto del suo meglio. Ma quando andò dalla volpe quella non gli fece davvero una bella accoglienza. - Ti sei comportato male, - disse la volpe, - se mi avessi obbedito ora potremmo esser sulla via del ritorno.  Dovettero cosi rimettersi in cammino, era questione di vita o di morte, e poi il principe aveva dato la sua parola; cammina cammina, un bel momento arrivarono. Mentre stava per entrare a prendere il cavallo però, la volpe disse: - Quando sarai nella stalla, vedrai moltissime briglie attaccate alla parete, briglie d'oro e briglie d'argento, ma tu non devi toccarle, perché allora salta fuori il troll e ti ammazza subito: dovrai prendere la più brutta di tutte.

Il principe lo promise, ma quando entrò nella stalla cambiò idea, perché c'erano briglie lucide in abbondanza e cosi prese la più lucida che poté trovare: era lucida come l'oro. Ma su­bito saltò fuori il troll, talmente fuori di sé che sprizzava scintille. - Chi è che vuoi rubare il mio cavallo e la mia briglia? - gridò. - Il ladro crede che tutti rubino, - rispose il figlio del re, - ma viene impiccato solo chi ruba male - disse. - Fa lo stesso, io ti ammazzo subito, - gridò il troll. Il principe lo pregò di risparmiargli la vita. - Si, - dichiarò il troll, - ti risparmierò se mi riporterai la bellissima ragazza che il mio vicino mi ha preso. - E dove abita? - chiese il principe. - Oh, abita a trecento miglia dopo la grande montagna che si alza azzurra all'orizzonte, - disse il troll. 

 Il principe promise che sarebbe andato a prendere la ragazza, e così fu lasciato libero e ebbe salva la vita. Ma quando andò fuori la volpe fu molto brusca, naturalmente. - Adesso ti sei comportato male un'altra volta, - disse la volpe, - se tu mi avessi ubbidito potremmo essere da tempo sulla via del ritorno. Non credo di aver ancora voglia di restare con te. 

Ma il principe la pregò tanto e in cosi bella maniera, promettendo di fare solo quello che voleva lei pur che avesse voluto accompagnarlo, che alla fine la volpe cedette, i due diventarono di nuovo amici e fecero la pace. Cosi si rimisero in via, e cammina cammina giunsero dove si trovava la bellissima ragazza. - Si, - disse la volpe, - tu me lo hai promesso, ma io non oso lo stesso farti andare dal troll; questa volta dovrò andare io, - dichiarò. Cosi entrò e dopo poco uscì di nuovo con la ragazza, poi tornarono insieme per la stessa strada da cui erano venuti

Quando giunsero dal troll padrone del cavallo presero sia quello che la briglia più lucente, e quando giunsero dal troll padrone del tiglio e dell'uccello presero il tiglio e l'uccello e se ne andarono. Dopo aver camminato per un po', giunsero a un campo di segala, e allora la volpe disse: - Sento un rumore, - ora devi continuare da solo, io voglio rimanere un po' qui. 

Poi si intrecciò un vestito con dei gambi di segala e cosi sembrò uno che stesse lì a predicare. All'improvviso arrivarono di corsa i tre troll, sicuri di stare per raggiungerli. - Hai visto uno che se ne andava con una bellissima ragazza, con un cavallo dalla briglia d'oro, un uccello d'oro e un tiglio coperto d'oro? - chiesero gridando tutti e tre verso quello che stava li come a predicare. - Si, ho sentito dire dalla nonna della mia nonna che è passato per di qui qualcosa del genere, ma è successo nel bel tempo antico, quando la nonna della mia nonna faceva le focacce e le vendeva due per un soldo e poi dava anche un soldo di resto. 

Allora i troll si sganasciarono dalle risa: - Ah ah ah ah! - tenendosi fermi l'uno con l'altro per non cadere. - Se abbiamo dormito cosi a lungo possiamo bene voltare il naso verso casa e andare a letto, - dissero, e cosi tornarono indietro per la stessa strada. La volpe si mise a correre per raggiungere il principe, ma quando arrivarono in città all'osteria dove si erano fermati i suoi fratelli essa disse: - Non ho il coraggio di attraversare la città per via dei cani, è meglio che giri alla larga, ma tu devi star bene attento che i tuoi fratelli non ti prendano. Una volta entrato in città però, al principe sembrò scortese non andare a vedere i suoi fratelli e far con loro quattro chiacchiere, e cosi si fermò un po'. 

Quando lo videro, i fratelli vennero fuori e gli tolsero la ragazza, il cavallo, l'uccello e il tiglio e tutto il resto, lo rinchiusero in una botte e lo buttarono in mare, e poi andarono con la ragazza, il cavallo, l'uccello e il tiglio e tutto il resto sino alla reggia del re. Ma la ragazza non voleva parlare, era cosi pallida e sciupata che faceva pena a vedersi; il cavallo diventò cosi magro e cosi misero che quasi non stava insieme, l'uccello taceva silenzioso e non brillava più, e il tiglio appassì. 

 Intanto la volpe si aggirava intorno alla città in attesa del principe e della bella ragazza, stupita che non arrivassero. Andava a destra e a sinistra, aspettava e stava in ansia; alla fine andò giù sulla riva, e quando vide la botte che galleggiava sull'acqua gridò: - Cosa fai là, botte vuota? - Sono io, - disse il principe da dentro la botte. 

La volpe si mise a nuotare nell'acqua il più rapidamente possibile, riuscì ad afferrare la botte e la tirò a riva. Cominciò poi a rosicchiare i cerchi, e quando riuscì a toglierli disse al principe: - Tira calci e pedate! Il principe diede calci, batte i piedi e tirò pedate e così ogni doga saltò per conto suo, e lui balzò fuori dalla botte. 

Allora andarono insieme sino alla reggia, e quando arrivarono la ragazza ritornò bella un'altra volta e ricominciò a parlare, il cavallo diventò grasso e lustro che gli splendeva ogni pelo, l'uccello scintillò e si mise a cantare, il tiglio cominciò a fiorire e ad ammiccare con le foglie, e la ragazza disse: - Ecco, quello che ci ha liberato. Il tiglio lo misero in giardino; il più giovane dei principi poi avrebbe sposato la principessa: era, infatti, proprio una principessa. 

I due fratelli maggiori invece furono messi ognuno in una botte chiodata e fatti rotolare giù per un ripido pendio. Si apprestarono dunque le nozze. Ma prima la volpe disse al principe di metterla sul ceppo e di tagliarle la testa, e per quanto quello pregasse e scongiurasse non servì a niente: dovette farlo. Ma proprio nel momento in cui le tagliò la testa la volpe diventò un bel principe: era il fratello della principessa che avevano liberato dalle mani del troll. Festeggiarono cosi le nozze, con grandezza e magnificenza, e si dettero talmente alla pazza gioia che se ne è parlato perfino qui.

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